Col d’Orcia — Brunello di Montalcino DOCG 2016
Sto svuotando cantina per fare posto ai nuovi acquisti, e oggi ho stappato la seconda di sei bottiglie che comprai dopo una visita in azienda — pranzo incluso, serviti personalmente dal Conte Marone Cinzano. Un acquisto che si conferma azzeccato su tutti i fronti: prezzo onesto e bottiglia in stato di grazia. Un po’ di storia, per chi non conosce l’etichetta. Col d’Orcia è una delle tenute più antiche di Montalcino, con radici che affondano nel Sei-Settecento, quando faceva parte della Fattoria di Sant’Angelo in Colle. Nel 1958 l’eredità si divide tra i fratelli Franceschi: da una parte nasce Il Poggione, dall’altra resta Col d’Orcia, passata poi nel 1973 alla famiglia Marone Cinzano — sì, quella del Vermouth. Oggi la guidano il Conte Francesco e il figlio Santiago. Il nome non nasconde nulla di esoterico: significa semplicemente “collina sopra il fiume Orcia”, che segna il confine sud-ovest della denominazione. Col d’Orcia è una delle tenute biologiche certificate più grandi della Toscana: la proprietà si estende su circa 500 ettari complessivi, di cui circa 140-150 coltivati a vigneto, prevalentemente Sangiovese. Il resto è oliveti (alcune piante hanno oltre 400 anni), boschi e terreni coltivati — e infatti l’azienda non produce solo vino: fa anche olio extravergine d’oliva. Sull’annata, due parole in più perché il 2016 non è un millesimo qualunque. Il Consorzio gli ha dato 5 stelle, il massimo, per l’equilibrio con cui si è sviluppata l’intera stagione — un’annata che molti accostano al 2010 e al 2015, tra le più belle dell’ultimo decennio. Non a caso, appena arrivato sul mercato è andato quasi esaurito in pochi mesi. E la critica internazionale ha confermato: grande finezza aromatica e un potenziale di invecchiamento che regge il paragone con le vendemmie storiche della zona. Detto questo, restano quattro bottiglie che berrò nei prossimi mesi, non appena il mio fornitore mi porterà lo spezzatino di cinghiale e le relative pappardelle. Questa è andata giù liscia con cappelletti al ragù home made.

Molto giovanile, frutto integro ben esposto, notevole finezza tannica e calore alcolico (comunque inferiore a quello fuori casa)