Succi, l’annata del “no”: a Costa Archi quest’anno il rosso non si fa
Per la prima volta in trent’anni, dalla cantina di Costa Archi non uscirà il vino rosso. Gabriele Succi, patron dell’azienda romagnola nota per le sue interpretazioni del Sangiovese — Assiolo, Beneficio, GS — ha deciso di non vinificare quest’anno. L’unica eccezione è il Montù (Montuni), vitigno a bacca bianca tipico dell’Emilia-Romagna: il resto delle uve rosse prenderà la strada della cantina sociale. Una scelta che rompe una tradizione ininterrotta da tre decenni, e che Succi motiva con due ragioni distinte ma collegate. La prima riguarda il campo: le uve di questa vendemmia non hanno raggiunto lo standard qualitativo che l’azienda si è data negli anni. La seconda riguarda la cantina, dove sono ancora stoccate diverse annate precedenti non ancora vendute — un magazzino pieno che rende superfluo, oltre che rischioso dal punto di vista qualitativo, imbottigliare un’ulteriore annata di rosso.
Una decisione coraggiosa ed estrema
Nel racconto quotidiano del vino italiano si parla più spesso di nuove uscite, annate da record, investimenti in cantina. Succi va in direzione opposta, e lo fa con un gesto che nel settore non è scontato: rinunciare al proprio prodotto simbolo pur di non abbassare l’asticella. Una scelta che si inserisce in un problema più ampio, comune a molte cantine italiane di fascia qualitativa medio-alta: la difficoltà di vendere al ritmo con cui si produce, con le giacenze che si accumulano annata dopo annata. Per un’azienda come Costa Archi, il cui nome è legato da anni all’espressione del Sangiovese di Romagna, la decisione di conferire le uve rosse alla cooperativa segna una battuta d’arresto. Ci auguriamo che sia solo un campanello d’allarme e non un segnale che preclude ad una resa vera e propria. Il Montù, unico vino che vedrà la luce quest’anno, diventa il paradosso di un’annata in cui a “salvarsi” non è il vino identitario dell’azienda, ma un bianco. Dietro la scelta individuale di un produttore c’è una domanda che riguarda l’intero comparto: quanto è sostenibile, oggi, continuare a produrre agli stessi ritmi di dieci o vent’anni fa, in un mercato che fatica ad assorbire l’offerta? La vicenda di Succi è il sintomo di una tensione strutturale che molte cantine romagnole — e non solo — si trovano ad affrontare sotto l’indifferenza generale.
Foto tratta da Lavinium