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wineblog di Giovanni Solaroli

I rosati di Puglia: sei zone, quattro vitigni, otto bottiglie a confronto

Da camperista veterano negli ultimi anni ho trascorso Settembre al Camping Riva di Ugento. Il paesino più vicino si chiama Torre San Giovanni, piccolo ma dotato di una fornitissima enoteca dove ci lavorano dei ragazzi molto preparati, specie sui vini Pugliesi. Negli ultimi tre anni mi sono portato a casa molti vini, alcuni buoni, altri deludenti. Questa che vi propongo è una selezione per approcciare il caleidoscopico e anche un pò casinista mondo dei rosati pugliesi, regione che grazie al Salento ha sempre goduto di notevole fama. Vediamo più da vicino qualche numero dai quali non si può prescindere, come dice l’amico e collega Lorenzo Frassoldati.

Un trend che non conosce crisi

Mentre il vino fermo in generale arretra, il rosato corre in controtendenza. A livello globale rappresenta ormai il 10% dei consumi mondiali di vino, secondo il World Rosé Observatory, e negli ultimi vent’anni la sua produzione è cresciuta del 25%: da una quota storica del 6-7% è passata a superare l’8% del totale mondiale. Il calo dei consumi, che pure c’è (-1,7% l’anno), resta comunque meno della metà di quello registrato dai vini fermi nel loro complesso (-3,8%). L’Europa da sola pesa per il 43% del mercato globale. In Italia il segnale è altrettanto chiaro: nella GDO il rosato cresce del 3,8% a volume, mentre i vini fermi nel complesso calano. E non è più solo una questione d’estate — il consumo si è ormai destagionalizzato, con il rosato che accompagna aperitivi e pasti tutto l’anno.

È in questo scenario che si inserisce la Puglia, seconda regione vitivinicola italiana dopo il Veneto: 90.000 ettari vitati, 8,4 milioni di ettolitri prodotti nel 2025 (+9,7% sul 2024) e 231 milioni di euro di export. Ma la produzione che corre non basta a garantire un mercato in salute: il consumo pro capite nazionale scende, l’export pugliese cala sia in volume che in valore, e la regione da sola pesa per l’11,1% delle giacenze invendute in Italia. In un quadro del genere, un segmento in crescita come il rosato — con la sua identità fortissima legata ai vitigni autoctoni — è una delle poche leve su cui la Puglia enologica può davvero contare.

Il capostipite: il Five Roses e la nascita del rosato italiano

Per capire i rosati di Puglia bisogna partire da una bottiglia precisa, e da un anno preciso: il 1943. È l’anno in cui nasce il Five Roses di Leone de Castris, il primo vino rosato imbottigliato e commercializzato in Italia. La leggenda, raccontata più volte dalla stessa cantina, vuole che sia stato il generale americano Charles Poletti, commissario per gli approvvigionamenti delle forze alleate, a chiedere una grande fornitura di vino rosato italiano — ma dal nome rigorosamente americano. Nacque così il Five Roses, dal nome della contrada “Cinque Rose” nel feudo di Salice Salentino, dove la cantina aveva (e ha tuttora) i suoi vigneti. Il vino è un blend di Negroamaro (90%) e Malvasia Nera (10%), vinificato con una breve macerazione pellicolare a bassa temperatura e fermentato in acciaio. Da quella bottiglia in poi, il rosato salentino ha una storia tutta sua — e il Negroamaro ne è il protagonista assoluto, capace però di raccontare storie molto diverse a seconda di dove viene coltivato.

Il Negroamaro: tre zone, tre caratteri diversi

Non tutti i rosati salentini si assomigliano. Zona per zona, il Negroamaro cambia pelle: più strutturato e acido sul versante Adriatico, più equilibrato e fine nella zona centrale, con una vena aranciata più marcata sul versante Ionico. Per raccontarlo, ho scelto cinque bottiglie che coprono le tre aree.

Zona centrale: Salice Salentino e Guagnano

È il cuore storico del rosato salentino, l’area dove nasce il Five Roses. Qui il Negroamaro trova il suo equilibrio più classico.

Five Roses — Leone de Castris (Salento IGT, Salice Salentino)
Negroamaro 90%, Malvasia Nera 10%. Macerazione pellicolare a circa 10°C, poi estrazione del mosto fiore 50%, fermentazione in acciaio tra 16 e 20°C. terreni di medio impasto. Fragoline di bosco, ciliegia, finale morbido.


Rohesia — Cantele (Salento IGT, Guagnano)
Negroamaro 100%, dai vigneti di Guagnano. Macerazione a freddo di oltre 24 ore, maturazione sur lie di circa 4 mesi in acciaio. Dal 2024 è il primo vino della cantina imbottigliato con tappo a vite. Ciliegia matura, pesca e rosa. Vino complesso.

Foto by Kevin Kelly su Unspash

Zona Ionica: Alezio

Sul versante che guarda lo Ionio e il Golfo di Gallipoli, il rosato rappresenta spesso l’identità stessa delle cantine. Qui ho scelto due interpretazioni della stessa zona, per capire quanto la mano del produttore possa fare la differenza a parità di territorio.

Cerasa 2024 — Michele Calò & Figli (Salento IGP, Alezio)
Negroamaro 100%, dal vigneto storico Prandico. Vinificato con il metodo tradizionale “a lacrima”: breve macerazione di 16-18 ore, poi solo la parte più limpida del mosto (ottenuta dall’alzata del cappello) viene fermentata. Affina 5-6 mesi, per il 20% in barrique di rovere francese e per l’80% in acciaio. Frutto rosso ben esposto, persistente e sapido.


Rosato — Rosa del Golfo (Salento IGP, Alezio)
Negroamaro 90%, Malvasia Nera Leccese 10%. Maturazione di 6 mesi in acciaio inox. Prodotto dalla cantina che nel 1963, con la prima bottiglia firmata da Mino Calò, ha reso il rosato un genere a sé — al punto da darle poi il nome all’intera azienda. Piccoli frutti rosi, floreale, rotondo con accenni tannici molto lievi.

Foto by Samuel Regan-Asante su Unsplash

Zona adriatica: Brindisi

Sul versante opposto, quello che guarda l’Adriatico, il Negroamaro cambia ancora registro: più teso, più acido, meno morbido.

Flaminio Rosato — Agricole Vallone (Brindisi DOP)
Negroamaro 80%, Montepulciano 20%, dalla tenuta Flaminio. Vinificato con la tecnica dello sgrondo statico, affina sulle fecce fini per tre mesi. Vigneti su terreno calcareo-argilloso, vendemmia nella prima decade di settembre. Piccoli e delicati frutti rossi, agrumi, finale ben caratterizzato da freschezza.

Oltre il Negroamaro: tre vitigni, tre volti diversi

Il Negroamaro fa la parte del leone nei rosati pugliesi, presente in circa l’80% della produzione regionale. Ma la Puglia enologica non si esaurisce lì: spostandosi verso nord, sulle Murge, e tornando nel cuore del Primitivo a Manduria, si incontrano altri tre vitigni autoctoni capaci di dare al rosato un’anima completamente diversa.

Castel del Monte: Nero di Troia

Nella zona di Andria, sull’altopiano murgiano, il Nero di Troia — vitigno tradizionalmente vocato ai rossi robusti — regala in versione rosa un profilo più fresco e verticale rispetto al Negroamaro salentino.

Primaronda — Rivera (Castel del Monte DOC Rosato)
Nero di Troia 100%. Cantina di riferimento della zona dalla metà dell’Ottocento, impegnata da anni nel recupero e nella valorizzazione dei vitigni autoctoni pugliesi. Frutti esotici, melagrana, geranio e un finale erbaceo.

Le Murge: Susumaniello

Il Susumaniello, vitigno autoctono originario del Brindisino il cui nome deriva dalla sua altissima produttività (“carica l’asino, il somaro”), è stato riscoperto solo negli ultimi anni. In rosa dà risultati sorprendenti, tra i più interessanti dell’intera regione secondo la critica.

Kimìa Susumaniello Rosato — Tenute Chiaromonte (Puglia IGT)
Susumaniello 100%, da vigneti oltre i 300 metri di altitudine sui terreni carsici delle Murge. Vinificato e affinato esclusivamente in acciaio. Frutti di bosco, pepe, liquirizia, finale teso.

Manduria: Primitivo

Nel cuore del Primitivo di Manduria, dove questo vitigno raggiunge le sue espressioni più concentrate in rosso, la versione rosata mette in luce un lato più solare e fruttato, mantenendo però il calore e la generosità tipici della varietà.

Aka — Produttori di Manduria (Salento IGT)
Primitivo 100%, vinificato esclusivamente in acciaio. Prodotto dalla storica cooperativa fondata nel 1932, che si definisce “i maestri del Primitivo”: oltre 900 ettari di vigneto gestiti da 400 soci, con vigne di 20-40 anni allevate in gran parte ad alberello. Mele rosse, sciroppo di granatina, bella chiusura sapida e calorica.

Il colore non è una questione di moda

Una delle cose che si notano subito, mettendo questi otto calici uno accanto all’altro, è che il colore non è mai lo stesso — e non dipende (solo) dal vitigno. Dipende soprattutto dalla tecnica: quanto tempo il mosto resta a contatto con le bucce, a che temperatura, se si usa la pressatura diretta o il metodo “a lacrima” (dove solo il mosto fiore, la parte più limpida, viene fermentato). Più breve il contatto, più chiaro il rosa; più lungo, più si va verso il cerasuolo intenso. È la stessa terra, ma uve e mani diverse decidono quanto “rosso” lasciare nel rosa.

Foto di copertina: Castello Svevo dal sito Direzione Regionale Musei Nazionali di Puglia

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