satiswine.it

wineblog di Giovanni Solaroli

Schiava (Vernatsch): la mappa completa delle DOC, tra Santa Maddalena, Caldaro e Meranese

La prima bottiglia di Schiava che bevvi fu quando mi iscrissi alla Scuola di sci estivo dello Stelvio. Due settimane di torture e disciplina da caserma: sveglia alle 7,00, sulle piste alle 8,30 e poi due ore di scaletta mattino e pomeriggio per 2 giorni. Poi spazzaneve fino a che ti scioglievi e diventavi un tutt’uno con la tuta. Pomeriggio idem. La sera luci spente alle 22.00. Al quarto giorno cercavi una via di fuga dal lager e così arrivavi al Passo dove c’era un po’ di vita.

Perciò la Schiava mi ha liberato dallo stress, dalla stanchezza e ridato un briciolo di energia. Per anni l’ho dimenticata e relegata a ricordo di quelle sere rubate al coprifuoco — poi, tornando in Alto Adige qualche estate fa, per gli assaggi con winesurf, mi sono accorto che nel frattempo era diventata merce  molto popolare.

Nel 1970, quando la Schiava era ovunque, copriva il 68% della superficie vitata dell’Alto Adige — oggi, secondo i dati più recenti del Consorzio Vini Alto Adige, è scesa all’8%, per un totale di appena 468 ettari di Schiava e 7 di Schiava grigia. Un crollo di questa portata, in una regione che nello stesso periodo ha costruito la propria reputazione internazionale (e i propri prezzi) su Pinot Nero, Sauvignon e Gewürztraminer, di solito significa una cosa sola: il mercato ha deciso che quel vitigno non vale abbastanza.

Eppure la Schiava (in tedesco Vernatsch) resta l’unico vitigno rosso ad avere ben cinque denominazioni scolpite intorno a sé in Alto Adige — più di quante ne abbiano Merlot, Cabernet o Pinot Nero messi insieme, arrivati in massa proprio mentre la Schiava veniva estirpata. Un paradosso che dice più di qualsiasi elogio: qui non si tratta di un vitigno riscoperto, ma di uno che non ha mai davvero perso la sua rete di protezione istituzionale, nemmeno negli anni in cui il mercato lo snobbava.

Un nome, due storie

Le origini del nome sono meno romantiche di quanto si pensi. Contrariamente a una tesi diffusa, “Schiava” non deriva da un’origine slava del vitigno: il termine nasce dal tipo di allevamento basso, che durante la dominazione longobarda nell’Italia settentrionale si chiamava vineis sclavis, in contrapposizione all’allevamento alto (majores), sostenuto da alberi. La prima traccia documentata del nome risale al 1195, a Brescia.

Il nome tedesco, Vernatsch, ha una storia parallela e indipendente: deriva quasi certamente da “Vernaccia”, varietà bianca diffusissima nel Medioevo, il cui nome a sua volta discende dal latino verna — lo schiavo nato in casa del padrone. Curiosamente, quindi, il concetto di “schiavo” potrebbe essere il filo conduttore nascosto di entrambe le denominazioni, italiana e tedesca, pur nate da percorsi etimologici diversi. In Alto Adige il termine “Vernatsch” compare per la prima volta in una fattura del 1490, emessa per una fornitura di vino al convento bavarese di Tegernsee. Per tre secoli, fino agli inizi del Novecento, la Schiava fu la spina dorsale del celebre “Tiroler Wein”, il vino tirolese esportato in tutta l’Europa germanofona — un successo commerciale che si consolidò definitivamente con l’occupazione bavarese del Tirolo nel 1810, quando la domanda crescente premiò proprio la Schiava per le sue rese più generose rispetto ad altre varietà.

Le sottovarietà

Sotto il nome “Schiava” si raccolgono in realtà diverse sottovarietà, distinte solo dall’Ottocento in avanti: la Schiava Grossa (Großvernatsch), la Schiava Gentile o piccola (Kleinvernatsch) e la Schiava Grigia (Grauvernatsch) — quest’ultima ammessa anche come varietale a sé, “Alto Adige Schiava Grigia”. Un tempo le tre varietà avevano anche una geografia distinta: la Schiava grossa era la varietà del Burgraviato (zona di Merano), la piccola dominava nell’Oltradige e nella conca di Bolzano, la grigia era tipica della zona di Santa Maddalena. Oggi questa distinzione territoriale si è quasi persa: la grande maggioranza dei vini etichettati “Schiava”, ovunque in Alto Adige, sono in realtà vinificati con Schiava grossa, mentre i vigneti dedicati esclusivamente alla piccola o alla grigia sono ridotti a circa 15 ettari in tutto.

Il clima la rivaluta

C’è un dettaglio agronomico che racconta bene il momento che sta vivendo la Schiava: la sua forma di allevamento tradizionale, la pergola, per anni liquidata come un residuo folkloristico da sostituire con la più moderna spalliera, oggi torna utile proprio per le ragioni opposte a quelle per cui veniva abbandonata. La copertura fogliare espansa della pergola ombreggia naturalmente i grappoli — che nella Schiava grossa sono grandi, alati, dalla buccia morbida (tanto che nel Burgraviato l’uva si vende anche come uva da tavola, la “Meranese”) — proteggendoli dalle scottature solari e, non secondario, anche dalle grandinate leggere: un doppio scudo che i vigneti a spalliera, con i grappoli esposti senza filtri, non hanno.

A questo si aggiunge un vitigno di per sé poco esigente in fatto di acqua, che oggi si coltiva quasi esclusivamente nelle zone più vocate — quote basse, tra 400 e 500 metri, con microclima caldo, buona ventilazione e ampia escursione termica, condizioni che favoriscono gli aromi e frenano il calo dell’acidità anche nelle annate più siccitose. Un punto va però corretto rispetto a un luogo comune: la Schiava non è un vitigno precoce, matura anzi piuttosto tardi, e proprio per questo — perché i grappoli grossi possano pendere liberi nell’aria fino a maturazione — resta legata alla pergola anche per ragioni pratiche, non solo di tradizione.

Vigneto a pergola di Schiava in Alto Adige

Non mancano però i punti deboli, e sono altrettanto concreti. Il principale è l’oidio, a cui tutte le sottovarietà di Schiava sono riconosciute sensibili: un fungo che prospera proprio nelle annate calde e umide, sempre più frequenti con l’alternanza di ondate di caldo e temporali intensi che caratterizza il clima recente, e che costringe i viticoltori a trattamenti tempestivi e mirati. Va detto, di contro, che il grappolo spargolo tipico della Schiava — poco compatto, arieggiato — la rende invece discretamente resistente alla botrite.

L’altro limite, più antico ma tutt’altro che superato, è la vigoria naturale del vitigno e la sua tendenza a produrre in abbondanza: se le rese non vengono contenute con potature e diradamenti attenti (in pratica, dimezzando i grappoli sulla pianta, come fanno ormai quasi tutti i produttori), il risultato sono vini diluiti e poco espressivi. Non a caso i produttori più attenti oggi puntano proprio sul controllo delle rese e sulle vigne più vecchie — storicamente meno produttive, ma capaci di un equilibrio che le viti giovani faticano a raggiungere.

Il vino: profilo e zone

La Schiava dà vini di facile beva, con bassi livelli di tannino e acidità contenuta, di colore rosso rubino lucente. Al naso si riconoscono aromi di ciliegia, ribes, lampone, fragola e melograno, spesso accompagnati dalle note più caratteristiche del vitigno: mandorla e violetta. Ma è nelle differenze tra zone che la Schiava rivela il suo lato più interessante: a Caldaro il colore è più chiaro, il gusto discretamente fruttato, con note nobili di violetta e mandorla, leggero ed elegante al palato. A Santa Maddalena il colore si fa più intenso, gli aromi virano decisamente sui frutti di bosco, e la piccola percentuale di Lagrein in uvaggio (oggi al massimo tra il 4 e il 10%, molto meno che in passato) dona più corpo e tannini più presenti — non a caso è il vino che tra i tre beneficia maggiormente di qualche mese di affinamento in bottiglia prima di essere aperto. A Merano, infine, prevalgono aromi di amarena e lampone, con un palato leggero ma dai tannini ben percepibili e integrati.

Le DOC protagoniste

Santa Maddalena

La sottozona più prestigiosa, sui pendii a nord di Bolzano, ai piedi dei masi storici tra Santa Giustina, Rencio, San Pietro e Le Coste. Nei decenni scorsi il Santa Maddalena fu annoverato tra i tre migliori vini rossi d’Italia, insieme a Barolo e Barbaresco. Il disciplinare prevede Schiava con una piccola percentuale di Lagrein (storicamente coltivati insieme nello stesso vigneto, tanto che la componente aromatica del Lagrein entra nel vino fin dall’origine — oggi comunque limitata al 4-10% del totale). Chi proviene dai cru storici — Santa Maddalena, Santa Giustina, Rencio, Le Coste, San Pietro — può fregiarsi della menzione “Classico” in etichetta.

Lago di Caldaro

La DOC più antica dell’Alto Adige, riconosciuta nel 1970, che prende il nome dall’omonimo lago tra Bolzano e Termeno. È una denominazione interprovinciale, che si estende in parte anche in territorio trentino. Il disciplinare richiede un minimo dell’85% di Schiava (Grossa, Gentile e/o Grigia). Il microclima mite del lago regala alla Schiava di questa zona il suo tipico aroma di mandorla, e le versioni migliori — con la menzione “Classico Superiore” — arrivano dai vigneti più prossimi alle rive del lago. Insieme a Santa Maddalena, questa zona da sola concentra circa il 90% di tutta la superficie a Schiava dell’Alto Adige.

Mappa delle zone Schiava in Alto Adige

Meranese

La zona attorno alla città di Merano, dove il disciplinare prevede l’uso esclusivo della Schiava — l’unica sottozona altoatesina a chiedere il vitigno in purezza assoluta. Un tempo l’uva era conosciuta anche come “uva curativa di Merano”, per la tradizione di cura dell’uva che si praticava in città in autunno. Il punto di riferimento produttivo della zona è la Cantina Merano (Kellerei Meran): fondata nel 1901 e cresciuta grazie alla fusione con la Cantina Burggräfler nel 2010, conta oggi oltre 360 soci. Tra le sue etichette di Meranese Schiava spiccano la “Schickenburg”, ottenuta da poche uve selezionate di vecchie vigne, e la più immediata “Festival”, pensata per l’aperitivo servita fresca.

Colli di Bolzano

Altra sottozona a base Schiava, sulle colline che circondano il capoluogo altoatesino — meno celebrata di Santa Maddalena ma con una tipicità analoga, dati i terreni e l’esposizione simili.

I varietali puri

Al di fuori delle sottozone geografiche, la Schiava può essere vinificata anche come varietale puro all’interno della DOC Alto Adige generica — “Alto Adige Schiava” e, separatamente, “Alto Adige Schiava Grigia”, quest’ultima spesso vinificata con tecniche più moderne (macerazioni brevi, acciaio) per uno stile più fresco e diretto. Va detto che spesso, in etichetta, il nome del vitigno scompare del tutto a favore delle denominazioni tradizionali di zona (Santa Maddalena, Lago di Caldaro, Colli di Merano) — capita quindi di bere un vino fatto esclusivamente con uva Schiava senza che il nome del vitigno compaia mai sulla bottiglia.

Dove non è maggioritaria

Vale la pena menzionare anche due DOC dove la Schiava contribuisce all’uvaggio senza esserne la componente principale: la Valdadige DOC, dove Enantio e/o Schiave insieme devono raggiungere almeno il 50%, e la Casteller DOC in Trentino, storicamente legata alla città di Trento, dove però il Merlot resta il vitigno di base (minimo 50%) e la Schiava contribuisce solo per la parte restante, insieme a Lagrein, Teroldego ed Enantio.

Più tedesca che italiana

Un dato che sorprende: al di fuori dell’Alto Adige, la Schiava si coltiva ancora nel vicino Trentino (210 ettari) e in piccola parte in Lombardia (40 ettari), ma la sua vera roccaforte numerica oggi non è in Italia. È in Germania, nel Württemberg, dove con il nome di Blauer Trollinger occupa quasi 2.000 ettari — più del quadruplo di quanti ne restino in tutto l’Alto Adige. Un promemoria di quanto questo vitigno, nato o comunque radicato a cavallo delle Alpi, sia stato per secoli più un prodotto dell’area culturale tirolese-germanica che una semplice varietà italiana.

Vigneti storici e cru

A Santa Maddalena, il maso Premstallerhof — tra i 450 e i 550 metri sopra Bolzano, oggi condotto in biodinamica — è considerato uno dei cru di riferimento della denominazione. Sul Lago di Caldaro, la zona di Olleiten è tra le più vocate per la Schiava Classico Superiore. A Santa Maddalena e dintorni, anche il maso storico della famiglia Gojer (Glögglhof), a Cornedo all’Isarco, è un punto di riferimento per chi cerca l’espressione più autentica del vitigno. A Merano, il Segenbühel — lungo la passeggiata Tappeiner, sopra i tetti della città termale — è il pendio più caldo e assolato della zona, storicamente vocato (soprattutto per il Lagrein, ma parte della stessa area viticola che circonda la Schiava meranese).

Produttori di riferimento

  • Rottensteiner — famiglia di viticoltori a Bolzano da oltre 500 anni, tra i più convinti sostenitori della Schiava anche negli anni in cui il mercato la snobbava
  • Franz Gojer – Glögglhof — cantina familiare specializzata in vitigni autoctoni, Schiava e Lagrein
  • Cantina Kaltern (Kellerei Kaltern) — la più grande interprete cooperativa della Kalterersee, oltre 590 soci e 440 ettari intorno al lago
  • Castel Sallegg — cantina storica della famiglia von Kuenburg, punto di riferimento per i vini d’Oltradige
  • Cantina Produttori Santa Maddalena — la cooperativa storica della denominazione, con soci distribuiti su tutta la collina
  • Cantina Merano (Kellerei Meran) — dal 1901, oltre 360 soci, riferimento assoluto per la Meranese Schiava con le etichette “Schickenburg” e “Festival”

In sintesi

La Schiava è la spina dorsale storica della viticoltura altoatesina, con quattro sottozone dedicate all’interno della DOC Alto Adige (Santa Maddalena, Meranese, Colli di Bolzano, e i varietali puri) più la DOC Lago di Caldaro a sé stante — cinque denominazioni diverse per un unico vitigno, capace di raccontare sfumature di territorio sorprendentemente diverse pur restando sempre riconoscibile nel suo carattere leggero, fruttato, e in quel finale di mandorla che è la sua firma. Se ti interessano altri vitigni autoctoni italiani raccontati zona per zona, trovi un approccio simile nel nostro confronto tra le sottozone del Cannonau di Sardegna.

Tre etichette per iniziare da bersi a 12/14 gradi

Tre etichette di Schiava consigliate

Franz Gojer – Glögglhof, S. Maddalena Classico Vigna Rondell (Cornedo all’Isarco). Se cercate l’espressione più artigianale della Schiava, questo è il punto di partenza. Azienda familiare giunta alla quinta generazione — Franz ha ceduto le redini al figlio Florian nel 2021 — con appena 6-9 ettari vitati tra proprietà e affitto, divisi tra i vigneti storici di Santa Maddalena, il corpo aziendale di Cornedo all’Isarco (600 metri, posizione limite per la Schiava) e alcuni appezzamenti a Caldaro. La punta di diamante è la Vigna Rondell, cru single-vineyard che esiste anche in versione riserva “R”: vecchie viti a bassa resa, bacche piccole, esposizione a sud che garantisce piena maturazione anche a un’altitudine limite per il vitigno.

Cantina Kaltern, Kalterersee Classico Superiore “Leuchtenberg” (Caldaro). All’estremo opposto per dimensioni: nata nel 1900 come Erste Kellerei di Caldaro e cresciuta in oltre un secolo attraverso la fusione di cinque cantine storiche, oggi conta quasi 600 famiglie socie e circa 440 ettari vitati intorno al lago — una delle cooperative più grandi e strutturate dell’intero Alto Adige, insignita della certificazione di sostenibilità FAIR’N GREEN. Nonostante la scala quasi industriale, la qualità non ne risente: il Kalterersee Classico Superiore “Leuchtenberg”, vertice della linea “Quintessenz”, nasce dai vigneti più vocati a ridosso del lago e ha collezionato riconoscimenti Gambero Rosso e medaglie in concorsi internazionali. Resta il riferimento imprescindibile per capire lo stile “da manuale” della denominazione — leggiadro, beverino, ma capace di profondità quando la selezione delle uve è quella giusta.

Cantina Merano, Meranese Schiava “Schickenburg” (Marlengo). Dimensione intermedia tra le prime due, e proprio per questo probabilmente la più rappresentativa del Meranese nel suo complesso: fondata nel 1901 e rafforzata dalla fusione del 2010 con la Cantina Burggräfler, conta oggi oltre 360 soci conferitori sparsi tra il Burgraviato e la Val Venosta. Lo “Schickenburg” nasce da una selezione di uve provenienti da vecchie vigne, con un affinamento di alcuni mesi in grandi botti di rovere che gli dà struttura senza tradire la beva facile tipica del vitigno — al naso viola e frutti di bosco. Per chi cerca qualcosa di più immediato, la stessa cantina produce anche il “Festival”, pensato apposta per l’aperitivo servito fresco. Abbastanza grande da garantire continuità e distribuzione, abbastanza radicata sul territorio da restare l’interprete più autentico della Meranese Schiava.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *