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wineblog di Giovanni Solaroli

Jurançon a due facce: dolce e secco

Meglio un vino di assemblaggio o un vino in purezza da un solo vitigno? È una domanda che mi appassiona quasi più che osservare una mano di vernice che asciuga sul muro del vicino. Non farò l’elenco dei territori dove queste due possibilità sono ammesse, troppo lungo. Perciò oggi mi limito al modesto esempio del Jurançon, zona poco nota ma non per questo meno meritevole di studio e possibilmente di visita. Come prova empirica ho scelto due vini: un blend a quattro uve e un mono-varietale assoluto.

Gli elementi a favore dell’assemblaggio sono intuibili: ogni vitigno compensa i limiti degli altri — dove uno manca di acidità, un altro la fornisce; dove uno è debole al naso, un altro aggiunge complessità. È la logica dietro i grandi blend di Bordeaux o di Chateneuve du Pape, ma anche di Champagne, dove l’enologo costruisce un’armonia difficile da ottenere con una sola uva: un ideale quasi wagneriano di Gesamtkunstwerk, l’opera d’arte totale che fonde più voci in una sintesi superiore. Più sfumati i contro: più ingredienti in gioco significa anche più margine per annacquare un’identità precisa in una media rassicurante.

A favore del vitigno in purezza, oltre a taluni risvolti ideologici, avremo la trasparenza. Un mono-varietale non ha dove nascondersi dietro la tecnica dell’assemblaggio — mostra il carattere di una singola uva, di un singolo terroir, senza compromessi. Ma poi ci sono parecchi contro: se quell’uva mostra dei limiti in una data annata, non c’è nessun altro vitigno a compensazione. Non esiste una risposta giusta in assoluto — dipende da cosa cerca chi beve, e da cosa vuole raccontare chi produce. Alla fin fine, lapalissianamente, è da preferirsi il miglior vino che il tuo produttore riesce a darti senza farsi troppe “pippe” sulle percentuali. Eccovi due vini che nascono a poche centinaia di metri l’uno dall’altro, sulla stessa collina della Chapelle de Rousse, a Jurançon. Un vino secco ed un molleaux, che vi fanno capire la versatilità di impiego di certi vitigni sia in assemblaggio che in purezza. Entrambi li trovate sul sempre affidabile Vinatis.

La zona: Pirenei, non Bordeaux

Il Jurançon è una delle denominazioni più antiche di Francia — la prima traccia di commercio del vino risale al 988 — eppure resta fuori dagli itinerari enoici classici. Siamo ai piedi dei Pirenei atlantici, intorno a Pau, nel dipartimento dei Pirenei Atlantici: 25 comuni autorizzati, tra cui Jurançon, Monein e Gan. La denominazione è stata riconosciuta AOC nel 1936, mentre il Jurançon secco ha ottenuto una propria AOC separata solo nel 1975 — segno di quanto a lungo la zona sia stata identificata quasi esclusivamente con i vini dolci.

Che nella stessa area convivano dolce e secco non è solo una curiosità enologica: è una risorsa economica prima ancora che stilistica. Quando nel 1975 nasce l’AOC Jurançon Sec, la spinta arriva soprattutto dal mercato, non dagli appassionati — i consumi di vino dolce erano già in calo strutturale, e i vini secchi si abbinano più facilmente ai piatti di tutti i giorni. Per i produttori, poter contare su entrambi gli stili significa vendemmiare in momenti diversi, diversificare il rischio di un’annata sfavorevole a uno dei due, e parlare a un pubblico più ampio senza snaturare l’identità della zona.

Credit photo: Rimontwineries.com

Un dettaglio tecnico chiarisce perché nella stessa denominazione convivano le due filosofie discusse in apertura: il disciplinare AOC individua due “cépages principaux” — Gros Manseng e Petit Manseng — e quattro “cépages accessoires”: Camaralet de Lasseube, Courbu, Petit Courbu e Lauzet. La regola è netta: i vitigni principali devono superare il 50% dell’impianto vitato, e nessun vino può nascere dai soli vitigni accessori. Ma nulla vieta che un vino nasca da un solo vitigno principale in purezza — come il Petit Manseng di Clos Thou — oppure da un assemblaggio che mescola principali e accessori, purché i primi restino maggioritari — come La Virada di Camin Larredya, dove Petit Manseng e Gros Manseng insieme superano comunque il 50% richiesto. È lo stesso disciplinare, insomma, a lasciare aperta la scelta stilistica.

Resta famosa la leggenda (tramandata, non un fatto documentato con certezza) secondo cui al futuro Enrico IV di Francia, nato a Pau nel 1553, furono inumidite le labbra con alcune gocce di Jurançon al battesimo.

Su questo blog Jurançon era già comparso di sfuggita, nell’articolo dedicato a Mondovino: Yvonne Hégoburu, la vignaiola di Domaine de Souch che nel documentario raccontava di parlare direttamente con le sue viti, “tutto l’amore che ho dentro, lo do a loro”. Yvonne è morta nel 2023, a 95 anni: aveva piantato la sua prima vigna a 60, dopo la morte del marito René, trasformando un rudere abbandonato sulle colline di Laroin in una delle aziende biodinamiche più rispettate della denominazione. Oggi il figlio Jean-René porta avanti il suo lavoro, nello stesso stile.

I due Manseng: fratelli, non gemelli

La personalità del Jurançon nasce dal rapporto tra due vitigni autoctoni della stessa famiglia. Il Gros Manseng è il più diffuso e il più robusto dei due, vendemmiato per primo (spesso già a inizio novembre): è la spina dorsale dei Jurançon secchi. Il Petit Manseng, acini piccoli e buccia spessa, matura più lentamente e si raccoglie più tardi — a fine novembre, talvolta a gennaio — grazie al passerillage: i grappoli restano in pianta ad appassire, concentrando zuccheri e aromi. È il vitigno dei grandi Jurançon dolci, ma sempre più spesso anche protagonista di secchi di grande spessore.

Due vicini di vigna, due stili

Per raccontare le due anime della denominazione ho scelto due produttori che coltivano, letteralmente, la stessa collina: la Chapelle de Rousse.

Camin Larredya — La Virada 2023 (Jurançon sec)
Blend in parti sostanzialmente uguali di Gros Manseng, Petit Manseng e Petit Courbu/Camaralet, da vigne su suoli argillosi silicei alternati al caratteristico “Poudingue de Jurançon”. Fermentato con lieviti indigeni in foudre da 1200 litri, senza fermentazione malolattica, 8 mesi sui lieviti. Il dominio, 9,5 ettari certificati biologici dal 2007, è guidato da Jean-Marc Grussaute — ex rugbista professionista, nominato Vigneron dell’Anno 2023 da La Revue du Vin de France.
Giallo paglierino con riflessi dorati; al naso pesca e mandarino su uno sfondo speziato e minerale. In bocca ha corpo e lunghezza, con un equilibrio netto tra il calore alcolico e la sapidità.

Clos Thou — Suprême de Thou 2016 (Jurançon moelleux)
100% Petit Manseng, considerata una delle referenze di eleganza e concentrazione tra i moelleux della denominazione. Il dominio, guidato dalla famiglia Lapouble-Laplace alla quarta generazione, è certificato biologico dal 2003 ed è specializzato nella tecnica del passerillage.
Abito dorato. Naso complesso e delicato, con aromi di pesca, mango e frutta candita, note mielate; con il tempo emergono sentori di nocciole tostate e tartufo bianco. Palato potente, raffinato e strutturato, con un ottimo equilibrio tra acidità e corpo. Da servire a 10-12°C, da bere preferibilmente entro il 2030.

Fatevi un giretto ogni tanto eh!

(Foto di copertina by Thegoodlifefrance.com)

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