L’irresistibile fascino dei cloni Houghton nei Cabernet di Margaret River
I cloni Houghton sono il materiale genetico che ha reso celebre il Cabernet Sauvignon di Margaret River, in Australia Occidentale.
Nel mio immaginario giovanile L’Astralia ha sempre esercitato un’ attrazione pari a quella del magnete del CERN. Un richiamo ipnotico che non si è affatto esaurito nell’età adulta e solo parzialmente soddisfatto dopo la mia visita nel 2012. Continuo a studiare, a leggere e assaggiare tutti i vini australiani che riesco a trovare. Direte che ho una perversione, e forse avete ragione se pensate che ho bevuto persino il Prosecco (etichettato proprio Prosecco) di Kyle Minogue.

Credit photo: Vineyards.com
Cloni Houghton: il vitigno di cui nessuno conosce davvero l’origine
La reputazione del Cabernet Sauvignon di Margaret River si fonda quasi interamente sui cloni Houghton, il materiale genetico noto come “clone Houghton”. Negli anni ’30 Jack Mann, leggenda dell’enologia dell’Australia Occidentale e fondatore di Houghton Wines, prese talee da vecchie viti ad alberello sparse per la Swan Valley, vicino Perth, creando il cosiddetto “Houghton Cabernet Block”.
Nessuno vi prestò molta attenzione fino agli anni ’30: fu allora che i viticoltori iniziarono ad accettare la resa contenuta di queste viti in cambio di una qualità fuori dal comune. È un equivoco comune parlare di “un clone Houghton” al singolare — in realtà si tratta di una collezione di cloni diversi, accomunati dal fatto di essere stati selezionati dalle viti migliori dell’originario vigneto di Cabernet Sauvignon di Houghton.
Da quelle talee nacque, nel 1967, il primo vigneto di Cabernet Sauvignon della moderna Margaret River, piantato da Tom Cullity a Vasse Felix — a ruota seguirono Moss Wood, Cape Mentelle, Cullen e Leeuwin Estate, tutti sullo stesso materiale genetico. L’origine esatta resta un mistero mai del tutto risolto: l’ipotesi più accreditata indica il Sudafrica, ma anche la provenienza del materiale usato da Houghton negli anni ’50 è incerta, derivata da un misterioso “blocco del Francese” degli anni ’30 di cui oggi non si conosce più nemmeno l’ubicazione.

Credit photo: club oenologique
La guerra dei cloni
Dalla metà degli anni ’70 fino agli anni ’90, le vecchie viti dei cloni Houghton furono messe da parte a favore di un nuovo arrivato, il clone SA-126 dall’Australia Meridionale — più produttivo, ma capace in genere di vini più leggeri e più tannici. Il motivo di questo spostamento di preferenze non è mai stato del tutto chiaro.
A dirimere la questione sono stati, negli anni, gli stessi produttori della regione. Virginia Willcock, capo enologa di Vasse Felix, considera la selezione Houghton ormai sinonimo dello stile Cabernet di Margaret River: il materiale clonale storico dell’azienda, capace di una succosità e una trasparenza che lasciano emergere il carattere regionale — sottobosco, oceano, ghiaia rossa — con frutti rossi freschi e leggeri, tannino fine e un sentore di foglia di pomodoro meno marcato rispetto al SA-126, a parità di potenza.
Keith Mugford di Moss Wood, che pure riconosce i meriti di entrambi i cloni, distingue nei vini da Houghton un registro aromatico su frutti blu e neri — mirtillo, mora — con note quasi floreali di viola e rosa su un fondo di cedro e catrame, e una struttura tannica più rotonda e morbida rispetto al SA-126, i cui tannini restano più concentrati e astringenti se non raccolto a piena maturazione.
Le degustazioni regionali condotte negli anni, insieme a diverse prove clonali comparative, hanno finito per dare ragione quasi sempre alle vecchie viti a bassa resa di Houghton.
Il produttore: una madre, una figlia, un vino
Cullen Wines nasce nel 1971 a Wilyabrup, tra le pioniere della regione. Il Cabernet Sauvignon clone Houghton (otto cloni Houghton diversi) fu piantato a piede franco proprio in quell’anno, destinato a diventare il cuore del vino di punta della cantina: Diana Madeline, dedicato a Diana Cullen, fondatrice dell’azienda insieme al marito. Un dettaglio che vale la pena ricordare dopo l’articolo sul Jurançon: Diana preferiva di gran lunga i vini d’assemblaggio al Cabernet Sauvignon in purezza — da cui il blend che ancora oggi definisce il vino.
Oggi l’azienda è guidata dalla figlia Vanya Cullen, che dal 2004 ha portato la tenuta alla certificazione biologica e biodinamica: vendemmia scandita dal calendario biodinamico, fermentazioni a lieviti indigeni in vasche chiuse, tini aperti, botti e anfora a seconda del lotto.

Vanya Cullen
La bottiglia: Diana Madeline 2020
Blend di 92% Cabernet Sauvignon, 4% Merlot, 3% Cabernet Franc, 1% Malbec, tutto dal vigneto di proprietà. Il 2020 è stata un’annata calda e siccitosa: le vecchie viti hanno prodotto acini piccoli e rese basse, risultando in un vino di eleganza ed equilibrio più che di pura potenza. Vendemmia manuale su nove raccolte scaglionate secondo il calendario biodinamico, fermentazione senza aggiunta di lieviti, acidi o innesco della malolattica, 13 mesi in barrique e tino da 500 litri, 50% legno nuovo.

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Affascinante tonalità di viola scuro, profondo e davvero giovanile nel bicchiere. Aromi intensi e complessi di cedro, grafite, mora, rovo, violetta e un sentore di sottobosco. Pieno, ricco, stratificato e complesso, con abbondanti note di cassis, gelso e ribes nero, tannini decisi, granulosi e strutturati e un’acidità vivace. Probabilmente l’ho bevuto troppo giovane ma, sapete che il mio motto è “bevi e pentiti.