I BRUNELLO DI MONTALCINO E LA TENUTA DI SESTA
La recente serata (Venerdì 11 nov. 2023 ndr) di ricognizione sul Brunello di Montalcino organizzata da AIS Romagna e condotta con la solita maestria da Massimo Castellani, i cui titoli accademici occuperebbero da soli metà dell’articolo, mi ha fatto venire una voglia irrefrenabile di aprire una vecchia bottiglia di uno dei produttori che incontrano i miei gusti, la Tenuta di Sesta. Si tratta di una delle mie bottiglie di Brunello più vecchie di questa azienda, una 2011. In realtà ho anche un Riserva 2009 ma ho preferito bermi il vino d’annata. La degustazione targata AIS Castellani verteva sull’annata 2018, classificata dal Consorzio a 4 Stelle, con 12 vini di 12 produttori differenti, gentilmente e generosamente messi a disposizione gratuitamente. Quindi un grazie di cuore al Consorzio e al suo Presidente Fabrizio Bindocci. È stata una bella panoramica, con i vini ben distribuiti tra i quadranti che compongono il territorio e suddivisi in due sezioni: vini di luce e vini di calore.

Massimo Castellani ci ha guidato nella comprensione delle differenze tra questa due sezioni sia spiegandoci il territorio, che nella degustazione vera e propria con il bicchiere in mano. Pur con le dovute differenze di stile tra produttori, abbiamo avuto modo di capire le principali differenze: sottigliezza, eleganza e freschezza nei vini di luce; frutto, potenza e struttura nei vini di calore. Tutti vini in ottima forma, anche se in qualche esemplare ho ravvisato legni gestiti in modo un po’ ingenuo, oppure progettati pensando che col tempo se ne dovrebbero attenuare odori e gusto boiseé. Detto questo, alla fine qualche dubbio si è affacciato. E riguarda una certa mancanza di vitalità giovanile che ha percorso quasi tutti i vini dal punto di vista aromatico. Insomma profumi un po’ “crepuscolari” che non ci aspetta in vini di un’annata messa in commercio a inizio anno e destinati a durare nel tempo. Non ci si può che domandare se non sia il caso, senza cannibalizzare la doc di ricaduta Rosso di Montalcino, di ridurre l’affinamento nei legni e anticipare l’uscita di almeno un anno per vedere se si recupera fragranza ed energia giovanile. Non sono certo il primo e non sarò nemmeno l’ultimo a formulare questa ipotesi. Comunque era questo il motivo che nel mio inconscio ha fatto germogliare il desiderio di bere un Brunello attempato. La Tenuta di Sesta sta a Castelnuovo dell’Abate, quindi nel quadrante sud, ed ha un’estensione di circa 200 ettari di cui 30 sono coperti da vigneto: di questi 13,07 sono iscritti all’albo della D.O.C.G. per la produzione di vino Brunello di Montalcino, 7,4 ettari a quello del Rosso di Montalcino D.O.C. e 10,86 all’albo del S. Antimo D.O.C.. I terreni rimanenti sono principalmente coltivati a oliveto (45 ettari) e a seminativo (55 ettari), o ricoperti da vaste estensioni di bosco e macchia mediterranea.
STORIA DELLA TENUTA IN PILLOLE
La Tenuta di Sesta si formò in seguito all’espansione della Repubblica di Siena e alla decadenza e susseguente soppressione dell’abbazia di S. Antimo, nel 1462, ad opera del Pontefice Pio II (il senese Enea Silvio Piccolomini). Nel periodo dell’espansionismo senese Sesta divenne possesso della nobile famiglia Tolomei che qui fece edificare una cappella in onore di Santa Caterina da Siena. Nel 1850 la proprietà passò nelle mani dei fratelli Felice e Giovanni Ciacci di Castelnuovo dell’Abate. Le prime bottiglie di Brunello della Tenuta di Sesta sono state prodotte nel 1966, da Giuseppe Ciacci, padre dell’attuale proprietario Giovanni; allora si contavano solo 12 imbottigliatori ed è per questo motivo che la Tenuta di Sesta è ritenuta una delle aziende storiche del comprensorio ilcinese.

Dal 1995 l’azienda viene diretta da Giovanni Ciacci, che oggi è affiancato dai figli Andrea e Francesca nella conduzione commerciale e agronomica. Invecchiamento tradizionale in botti grandi di rovere e una gestione agronomica attenta ai cambiamenti climatici e alla tutela del territorio costituiscono per la famiglia Ciacci la migliore strategia per ottenere vini che esprimano al meglio il territorio ilcinese. Conobbi Adea Ciacci durante una cena di Gala di Benvenuto Brunello e mi risultò simpatico da subito; modesto, gentile e garbato e di poche parole. Ma prima avevo conosciuto i suoi vini. Restai affascinato dal suo stile, così sottotono e minimalista nei colori e nella estrazione tannica, quanto aperto e comunicativo al naso. Caratteristiche che ritrovo in questo 2011 che porta in dono profumi boschivi e di sottobosco che richiamano l’autunno e quanto di buono ci porta questa stagione, uniti ad una bocca elegante e pervasa di freschezza balsamica i cui tannini forse vibrano di meno, ma durano più a lungo di quanto ricordassi.

Un Brunello elegante e sottile che richiama il fascino di un territorio unico e magnifico. Impeccabile con un piatto di cacciagione, pappardelle al cinghiale o cinghiale in umido.